Marina Stanimirovic, gioelli surreali tra sogno e realtà

 

Le Poids, Marina Stanimirovic

Marina: occhiali anni ’50 ed un viso che diresti subito “da parigina” anche se non sai se lo è davvero.  Un misto di simpatia e una carica creativa che percepisci ma al quale non dai forma fino a quando non t’imbatti nelle sue creazioni. A dir poco particolari. Perchè Marina gioca con le forme, con i materiali e gli da un significato semplice ma allo stesso non scontato. Non è l’ennesima designer di prossima generazione. Ancora prima è una “ricercatrice”: ad esempio, tra le relazione che s’instaura e sussiste tra un oggetto e l’anima di chi lo indossa. Le sue creazioni non sono pensate esclusivamente per abbellire il corpo o mostrare un particolare status sociale. Semmai, attraverso quest’ultime, cerca di trasformare le sensazioni dell’anima in oggetti, preziosi e carichi di significati, di ricordi. Succede ad esempio con la spilla “Le Poids” (Il peso) costituita da una bustina di te con impressa una foto scattata dal finestrino di un aereo che come le stessa suggerisce “evoca nostalgia e ricordo” giocando “sull’idea di leggerezza e pesantezza” dei nostri ricordi passati; o con “Rythme” (Ritmo), una collana in ottone ed ebano che si può indossare con un nastro o con un sistema a clip che ne permette l’applicazione direttamente sui vestiti che mira a creare un ritmo attuale, come se fosse una miscellanea di suoni provocati da diversi strumenti.

Queste due creazioni sono solo la punta di un iceberg dell’universo creativo di questa giovane designer che attualmente sta completando i suoi studi “sul ritmo e la perfetta combinazione tra stabilità ed instabilità” al prestigioso Royal College of Art di Londra. Putroppo ancora non ha un sito dove poterle vedere (anche se entro l’estate – sue testuali parole – dovrebbe provvedere). Per qualsiasi informazione qui c’è il suo contatto mail:

marina_stanimirovic@live.fr

 

"Rhytme", Marina Stanimirovic

English version

Fifities glasses, smart, funny and with a touch of Parisian style noticeable at first sight- even if you don’t know exactly where she comes from. Marina Stanimirovic is not just the umpteenth “wanna be” designer. First, she’s an inquirer. Between the existing relations of one’s soul and an object.
In her case, she has transformed these feelings into jewellery. She doesn’t design just to create an ornament for the body or to show one’s power or social wealth. She reflects, through her design and the materials she choses, a personal aspect of one’s personality or feeling.
Wearing “Le Poids” for example, a brassy brooch that contains a tea bag printed with a picture taken from a plane, evokes “both nostalgia and souvenir” – as she explains – and reminds to the idea of the “lightness” and “heaviness” of our past’s souvenirs.
“Rythme”, on the other hand, is a long necklace made of brass and ebony that you can wear with a ribbon or just a clip that allows it to be pinned directly onto the back of a dress, creates an actual rhythm- a miscellanea of sound that comes from different instruments.
These are just the “tip of the creative iceberg” hidden behind this lovely and talented Parisian girl who, at the moment, is focusing her work and research studies (at the Royal College of Art in London) on the idea of “rhythm and the perfect balance between stability and instability”.
Whilst waiting for other pieces and new discoveries have a look at these and…enjoy
Ps: Unfortunately she doesn’t have a website or an online portfolio so if you’d like to contact her, here is her email address:

marina_stanimirovic@live.fr

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Mara Pavatich, creazioni sartoriali tra tradizione e modernità

Riservata ma allo stesso tempo diretta. Romantica tanto quanto “di carattere”. Pratica e creativa in ugual modo. Descrivere Mara Pavatich e le sue creazioni è difficile. Se non si ha occasione di conoscerla, poi, capire chi e cosa si nasconde in tutta quella maestria è addirittura impensabile. Avendo l’occasione, invece, di entrare in contatto con lei e con il suo mondo quello che si trova, lascia il segno. I suoi abiti  sono studiati, pensati. Realizzati in casa, nel suo regno- rifugio nel cuore di Trieste, che all’ occorrenza diventa anche show room per la presentazione delle sue collezioni.

Il suo punto forte è la maglieria che praticamente ha nel sangue e che apprende da giovanissima da sua nonna. Dopo il liceo approda a Milano do ve studia all’istituto Burgo dove viene spronata , dai suoi professori, a continuare su questa strada. Passa un po’ di tempo a Milano che, “seppur piena di stimoli”, non riesce a farle trovare la sua dimensione. E così, torna alle sue radici (metà slovene e metà triestine). A Trieste. Le stesse radici che poi traduce nelle sue creazioni, sia in maglieria, rielaborando e rendendo attuali alcuni capispalla della tradizione carsica, sia nei vestiti (per la maggior parte in seta) sui cui vengono impresse, a mano, motivi floreali  e nella linearità e nel candore delle sue e camicie. Il tutto da origine ad uno stile curato nei minimi dettagli ma pulito, rigoroso ed al contempo deciso. Per una donna con forte personalità che sceglie ciò che indossa con consapevolezza. Di quello che è, di quello che vuole comunicare. Se si dovesse riassumere il suo lavoro si potrebbe paragonarlo ad un ossimoro: un accostamento audace fatto dal taglio sartoriale delle camice, preso in prestito dal guardaroba maschile ( e che evoca lo stile impeccabile del nonno della creatrice) al quale si mescola la delicatezza della seta e dei colori della terra, del sole e della natura. Il tutto, poi, è rigorosamente fatto a mano, nella sua piccola casa – laboratorio ( ed a testimonianza c’è la tinta viola che ha assunto la sua vasca dopo le numerose sedute di tinteggiatura a cui è sottoposta), con tanta passione e dedizione. Un piccolo gioiello sartoriale quello di Mara, fatto di abiti cuciti e studiati per abbellire il corpo senza sacrificarlo, costituito al 100% di Made In Italy. Che, in tempo di fast fashion, oltre ad essere una sfida rappresenta un valore aggiunto. Per coloro che, sicuramente, sapranno apprezzarlo.

Sito web: www.marapavatich.com

 

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Wwoofing, alternativa “verde” alla solita vacanza studio

Handmade Bread_pics of Alberta Rossi_

“Sono orgogliosa per essere sopravvissuta ad un week-end lungo senza i padroni di casa. Ho dato da mangiare ai maiali, alle galline, alle anatre. Ho contato le pecore e ho controllato che le mucche non andassero in giro per i campi dei vicini…tutto a posto!! Ho raccolto una quantità incredibile di pesche e ho fatto la marmellata. Ho cucinato il pane e fatto il formaggio alle erbe. Dunque, at the end, animali sopravvissuti e casa intera.” Alberta.

Recitava così una delle prime mail inviate a parenti ed amici da Alberta, Wwoofer italiana nonché mia vecchia compagna di liceo. Non ci sentivamo da tempo ma eravamo in contatto su Facebook. Sapevo che era nel Regno Unito, come tanti altri amici e conoscenti, chi vuoi per imparare la lingua chi per cercare lavoro. La cosa che m’incuriosiva, però, è che diversamente da “mucchio” stava vivendo la sua esperienza britannica in un modo a me totalmente sconosciuto. In una fattoria in Scozia, nel Devon tramite un programma chiamato Wwoofing. No, non è il suono onomatopeico di qualche strano animale anglossassone. Semmai è la risposta alternativa alla solita “vacanza studio” ed al binomio “Regno Unito=Londra”. Prima di fare ricerche e rivolgermi direttamente a lei non ne sapevo nulla. Successivamente ho scoperto che “Essere un Wwoofer” o “fare Wwoofing” deriva da Woof World Wide Opportunities on Organic Farms. In pratica ti da la possibilità di passare un periodo di tempo vivendo in una fattoria: tu lavori per loro e la famiglia o la persona che ti ospita in cambio ti offre vitto, alloggio. Insomma, un modo alternativo di vivere e viaggiare. In modo “verde” e facendo una bella esperienza. Ed a quanto pare, almeno per lei lo è stata davvero. Ha messo in pratica realmente e nella vita di tutti giorni una lingua che ha studiato per anni ed ha vissuto a contatto con la natura. Ma partiamo dall’inizio.

Come sei finita in Devon. E soprattutto, come sei entrata in contatto con il Wwoofing?

In questa contea fantastica ci sono finita per caso, merito di contatti worldwide ottenuti a Findhorn, un ecovillaggio in Scozia dove ho seguito un ecovillage training di un mese. Qui ho conosciuto diversi ragazzi provenienti da tutto il mondo che alla mia domanda ” come posso rimanere ancora in Inghilterra, possibilmente in campagna, per godere del favoloso paesaggio alla Harry Potter?” mi hanno risposto quasi all’unisono: “Why don’t you become a wwoofer?
Era da tempo che volevo andare in Uk e rimanerci per un po’ di mesi. Viverla, conoscere i luoghi più magici, con viste da mozzafiato. Ma come fare? Londra è la meta di tutti, dove effettivamente si può trovare lavoro più facilmente. Ma in mezzo alla campagna inglese cosa mai avrei potuto trovare? E come fare? A chi rivolgermi? Sarei riuscita a trovare lavoro e appartamento? Non sapevo da dove partire….ecco perché questa risposta, che per tutti sembrava la più ovvia e la più semplice, mi è sembrata oro caduto dal cielo.

Cos’è il Wwoof?

Sta per World Wide Opportunities on Organic Farms (http://www.wwoof.org/), ovvero opportunità globali in aziende biologiche. Nasce ovviamente Inghilterra nel 1971, grazie a Sue Coppard che, dopo essersi trasferita a Londra, sentiva la mancanza della vita in campagna. E dopo aver vissuto 8 mesi nel Devon posso capire il perché!!
È un’idea, a mio parere, geniale. Si tratta di una sorta uno scambio: tu lavori ed in cambio hai vitto e alloggio. C’è anche un’associazione italiana per chi vuole info: www.wwoof.it

Quindi non ti pagavano?E’ la domanda che mi hanno fatto tutti gli italiani con cui ho parlato. Se si pensa, però, che per abitare a Londra si spende quasi tutto lo stipendio in appartamento, cibo, trasporto e sopravvivenza di base, preferisco calarmi nella vita propriamente inglese, lavorare all’aperto in aziende biologiche, che da sempre sono la mia passione, e avere in cambio “solo” vitto e alloggio. E dopo aver concluso questa esperienza posso aggiungere che non si tratta di un semplice lavoro o di un modo come un altro per migliorare l’inglese. Si tratta di uno stile di vita.

Cosa porterai sempre con te di questa esperienza?

Per me questa work experience è stata magica e chi ha la passione per la vita all’aria aperta, per il lavoro

manuale e in questo caso per l’Inghilterra può capire. Ma il bello di quest’organizzazione è che si può scegliere un qualsiasi posto nel mondo. È un modo semplice di viaggiare e molto più interessante del classico visitare da turisti. Molti ragazzi che ho conosciuto nell’ecovillaggio in Scozia hanno deciso di trascorrere così le loro vacanze.
Oltre ad abbattere i costi si possono conoscere molto meglio i luoghi che si vanno a visitare. Ovviamente si va nelle famiglie/fattorie a lavorare e quindi per essere un’esperienza positiva questo lavoro e tipo di vita deve piacere.

Com’era la tua giornata tipo? Si lavora per 5-6 ore al giorno per 5 gg a settimana. Si possono scegliere diversi contesti, se stare in aperta campagna, in un paesino, in una cittadina, il tipo di lavoro (woodland, live stock, gardens, green building, alternative technology) se condividere la stanza con più persone o se avere una stanza propria. L’opzione camping, in Inghilterra, la eviterei!

Come fare per partecipare a questo tipo di programma? Iscriversi al sito è molto semplice. Il costo per un anno non è elevato, 20 pound l’anno per wwoof uk (più 25 euro di assicurazione annua, se si vuole, con OvEuropa, come consigliato nel sito wwoof uk). Dopo aver barrato le caselle che interessano leggete i profili delle varie famiglie selezionate e una volta scelta quella che vi ispira di più la contattate direttamente tramite mail. Consiglio di selezionare più di una destinazione perché non si deve mai escludere di non trovarsi bene. È sempre meglio essere pronti a tutto così, nell’eventualità che quello che troviamo non corrisponda a quanto ci aspettavamo, stiamo poco a rifare i bagagli ed andarcene verso una destinazione alternativa (già selezionata a priori così basta solo inviare una mail ed attendere risposta).

Nessuna paura o preoccupazione prima della partenza? Sì, fa paura. Prima di partire non si sa dove si va a finire. Non si sa con chi si dovrà vivere a stretto contatto, non si sa se piaceremo, se gli ospiti ci piaceranno. Non è semplice, ma, per quanto riguarda me, ho incontrato sempre e solo persone alla mano, disponibili e gentili. È un’esperienza che rifarei domani (e molto probabilmente rifarò come vacanza) e che consiglio vivamente. Ma questo non è l’unico modo di viaggiare diverso dai soliti hotels-B&B-camping. C’è anche il couch surfing. Sono modi alternativi di conoscere il mondo, basati su’idea fantastica: niente soldi come mezzo di scambio. Oggi noi giovani siamo stufi dei soliti confini, delle solite routine. Vogliamo qualcosa di diverso, vivo. Vogliamo scambiatrici idee, aiutarci, condividere esperienze, ricette, salotto, films, divano (couchsurfing vuol dire appunto dormire nel sofà di qualcuno! senza alcun costo)…vogliamo conoscere gente di tutto il mondo e non solo tramite il computer. Vogliamo viaggiare, vedere, conoscere da vicino le nostre mete da sogno. E possibilmente il tutto dovrebbe essere il più cheap possibile.

 

C’è qualcosa (o qualche situazione) che non avresti pensato di fare/vivere prima di “essere una Wwoofer”? Quando ero nel Devon ho viaggiato spesso facendo l’autostop, perché è piuttosto comune da quelle parti. Penso che viaggiare tramite wwoof o couchsurfing sia più o meno la stessa cosa. Non è per tutti e non tutti si fermano a dare un passaggio. E chi ci crede veramente lo vive non solo come un modo per spostarsi da un luogo ad un altro, ma come un momento di scambio. E come per l’autostop molti ti diranno che sei incosciente a fare cose del genere. Già!…prima di partire è meglio dare un occhiata al conduttore , se siamo già saliti e dopo un po’ non ci sentiamo a nostro agio meglio scendere . Ma generalmente chi fa l’autostop e chi si ferma hanno molte cose in comune. Come ho già detto non è un semplice lavoro/viaggio ma è uno stile di vita.

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Il Pozzo di Pilla, creazioni golose pret-à-porter

Torte alla frutta, “della nonna”, ricoperte di cioccolato, pasticcini così belli ed invitanti dal “morso facile”, e poi biscotti, cappuccini e brioches ricolme di creme, marmellate o nutella. Viene già l’acquolina in bocca solo a sentirne parlare. A vederli ancora di più. Peccato che in molti dopo le feste hanno giurato davanti alla propria bilancia di non cadere più in tentazione. Ed allora come fare? Personalmente, in determinati periodi dell’anno cosiddetti a rischio, mi guardo bene dal passare vicino a qualche luogo di tentazione. Facile, a parole. Ma se tutto ciò si trova anche in uno dei tuoi negozi vintage preferiti come fare?! Ecco che ti viene in soccorso “Il Pozzo di Pilla” con le sue creazioni. Realizza tutte quelle leccornie sopracitate, e molto di più, con una minuzia ed una bravura impressionati e, se non fosse che sono realizzate in miniatura e trasformati in anelli, spille, o semplicemente deliziosi oggetti d’arredo, non sarebbe difficile scambiarle per vere ed addentarle. Ma chi c’è dietro tutta questa maestria, e soprattutto pazienza? C’è Pilla, per i suoi fan. Alessia per la sua vita di ogni giorno.

Chi è Pilla/Alessia? All’anagrafe sono Alessia Zennaro classe 1973, una laurea in lettere e filosofia (storia dell’arte) ed un passato trascorso da insegnante di aerobica ed Hip hop. Oltre ad essere anche mamma, moglie nella vita di tutti i giorni sono un’impiegata in un’impresa di costruzioni. A parte questo ho una grande passione per i viaggi e per la mia famiglia: Fabio mio marito e grande amore della mia vita, conosciuto non in giovane età, la mia piccola Sofia di 5 anni, l’immensa felicità della mia esistenza, ed Elia che nascerà tra qualche settimana. Sono una sempre in movimento amo tutto ciò che mi riporta ai tempi che furono, magari non vissuti da me. Non ho mai capito il motivo, forse l’inadeguatezza del presente. Chi lo sa?! Anche per questo motivo, ormai sono una incallita seguace del vintage. Specie nel vestiario. Potrei conciarmi come una damina dell800 se potessi.

Come mai il fimo? Sono una che ha bisogno di stimoli sempre nuovi. Non li cerco tanto negli altri quanto piuttosto in me stessa. Ecco che nella creatività trovo spesso il sistema per esprimere quella che sono. Premetto che non faccio mai cose straordinarie però cerco di fare sempre del mio meglio: cucito, lavori manuali in genere e il fimo (una pasta sintetica che si modella e poi si cuoce in forno diventando solida n.d.r). L’ho scoperto e da allora non ho saputo più smettere.

E quando hai deciso di mostrare agli altri le tue creazioni? All’inizio ho provato a far circolare i miei lavoretti al mercatino delle pulci de che si tiene in un centro commerciale della città. E stato un successone, richieste e popolarità. Nel limite del possibile per Trieste, ovviamente. Successivamente a marzo dello scorso anno mi informano della possibilità di partecipare ad un concorso nazionale, “Protagoniste della Cratività”, partecipano 2000 progetti per tutti i settori dell’handmade e, incredibilmente, mi aggiudico il primo premio per quanta riguarda i settore delle paste modellabili. Da lì sono anche ospite alla fiera “Abilmente” di Vicenza ad ottobre del 2011. Attualmente alcune riviste e manuali del hand made stanno pubblicando alcuni dei miei lavori.

Il nome del brand come nasce? Nome curioso vero? L’ha inventato la mia piccola Sofia. Pilla è il nome che avrebbe voluto dare ad una sorellina. (“meno male che sarà un maschietto” afferma. N.d.r). Il pozzo si riferisce al sottoscala della mia casuccia adibito a mini, ma proprio mini, laboratorio (il piano di lavoro ha 60 cm dove “la mamma può creare qualsiasi cosa,ogni desiderio”). Ecco perché il pozzo. In pratica il pozzo dei desideri, dove tutto può prendere forma.

Da dove prendi ispirazione per le tue creazioni? Mi piace restare sul reale, non amo l’astratto ed ho una netta predilezione per tutto quello che è miniatura. Specie quelle inglesi, infatti credo che impazzirei se vivessi a Londra città che peraltro amo proprio per le tendenze che si possono sviluppare in tutti i campi.Riesco a dedicarmi alle mie piccole opere in orari “notturni” dopo aver sistemato la mia famiglia, ma va bene così. Proprio per tale motivo tutti i miei progetti vengono eseguiti in più riprese e all’incirca richiedono un lavoro di 3/4 ore ciascuno nelle migliori delle ipotesi, poi considerando che vanno miscelati, modellati, infornati in più stadi ed alla fine verniciati, per quelli più articolati sto anche qualche giorno…( ad esempio i modelli country o i camei n.d.r)

Dove si possono trovare i pezzi unici di Pilla? A Trieste, in negozio da Alessia (Boogaloo n.d.r), uno spazio vintage di nicchia per pochi intenditori dove ha allestito una vetrina con i miei lavori. Altrimenti chi ha voglia di indossare qualcosa di mio ( e sottolineo il fatto che tutto ciò che creo è sempre “indossabile”) può tranquillamente contattarmi attraverso Facebook a “Il Pozzo di Pilla”. I mercatini delle pulci, infatti, sono diventati un po’ fuori luogo oramai. La gente spesso non comprende l’esecuzione e la fatica che comportano le creazioni manuali ed il prezzo sembra sempre troppo alto. In realtà sono pur sempre dei mercatino delle pulci quindi non hanno tanto torto. Comunque fino ad ora è stato l’unico palcoscenico per Pilla e le sue creazioni, e non lo disdegno.

Progetti per il futuro? E’ innegabile che mi piacerebbe che un giorno i miei lavori diventassero più esclusivi e si rivolgessero ad un pubblico di intenditori anche di nazionalità diverse ma devo ammettere che la mia più grande preoccupazione rimane sempre la stessa: ossia che chi riceve le mie creazioni non apprezzi abbastanza la cura e l’originalità dell’opera che produco sempre con tanto sentimento ed amore e mai in forma dozzinale. Non lo farò mai, la peggior cosa per me è immaginare che chi si trova davanti ad un paio di orecchini o ad un anello da me ideati finisca per riporli in un cassetto o peggio li dia in pasto ad una bambina. E’ per questo che prima di vendere qualsiasi cosa mi sincero sempre con l’acquirente affinché il destinatario possa “capire” l’unicità del regalo che a me è costato tanto impegno e cura.

 

 

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Bentobox, ed il pranzo in ufficio sembra meno triste

Lunedì. Si ricomincia. Non so voi ma già da domenica sera mi assale il panico per il giorno dopo e per la pausa pranzo. Il “cosa mangerò” oltre al “oh no, è già finito il week end” sono  pensieri fissi e costanti già dal primo pomeriggio. Un panino? No, grazie. Non posso iniziare il giorno più faticoso e triste della settimana con due fette di pane e qualche cosa, di dubbia provenienza (soprattutto se ci si rifornisce dalle macchinette od in qualche bar non identificato). Un’insalata? Nah, troppo misera quella proposta da molti bar. A meno che, nelle città in cui si lavora/abita, non ci sia uno dei miei amati salad bar – Cojean od il mio amatissimo Jour e le sue “insalate su misura”- dove ti puoi comporre il “tuo verde” con la gioia del palato ed anche del portafoglio visto che con otto euro “ti porti a casa (o in ufficio) il mondo”. Ed allora, la soluzione dov’è? Soprattutto in tempi dove l’oculatezza sta diventando una nuova strategia di sopravvivenza, la scelta più azzeccata sembra essere quella DIY( acronimo di Do It Yourself). Tradotto in versione culinaria, portarsi il pranzo da casa. In tempi passati, oltre che essere scomodo, ammetto che mi dava anche un’idea di tristezza estrarre il tupperware bianchiccio ed anonimo dalla borsa. Per non parlare della scomodità. O ti facevi un piatto unico, o dovevi armarti di una borsa enorme, stile “la never full”, e portarti dietro un contenitore per l’insalata, uno per la carne, uno per la frutta. E le forchette? Avvolte in un fazzoletto di carta ma pur sempre ‘naviganti’ nei meandri della borsa. Recentemente, però, per mia grande gioia l’ostilità sta scemando. Perchè?La risposta di chiama Bentobox. Bbox

Cos’è? La versione giapponese di un tuppware con più scomparti. Quelli tradizionali sono in terracotta, un po’ complicati da portarsi appresso a dir la verità. Quelli attuali sono rivisitati ed oltre ad essere colorati, dal design accattivante e (a volte molto costosi) sono leggeri e posso essere anche essere messi in forno a microonde. Nella capitali  sono già diventati una mania. Ora a Parigi, Londra o Berlino li si può trovare anche e, soprattutto, nei negozi di design. Chi li vuole ma non abita nelle metropoli può passare le ore (una mia amica ci passa le notti ìnsonni) per scegliere il modello desiderato. Per tutti i gusti. Così, forse, il lunedì sembrerà meno triste…

Qui alcuni siti (in inglese) dove trovarli:

Bento&Co

Casa Bento

From Japan with Love

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“La casa brucia. Cosa salvereste?”Un blog te lo racconta in immagini

 

da The Burning House

Michela, 25 anni, copywriter di Belluno non si separerebbe mai dalla vecchia macchina fotografica di suo padre, dal catalogo di Tadao Ando, dalla sue fotografie preferite ma anche dal suo mini smalto rosa; Matteo, invece, sempre italiano (23 anni) nella lista di cose da portare ci metterebbe anche spaghetti, cipolla e pomodorini per farsi una pasta; Michel, 45 anni, francese, nella valigetta da marine di suo padre c’infilerebbe addirittura una bottiglia di Saint Julien del 2005, “New York” di William Klein, la macchina fotografica appartenuta a sua nonna ma anche jeans, maglietta e le sue Converse; Alanna, 19 anni, studentessa di New York  oltre al suo diario, nuovo e quello passato, porterebbe il suo sassofono, Philip Grace. Sono solo alcuni delle 300 persone, provenienti da diverse parti del mondo, con professioni e background diversi che in un blog (The Burning House), nato a Maggio del 2011 e di cui sono venuta a conoscenza grazie alla mia nuova ‘droga’( Stylelist.com, la sezione dedicata alla moda dell’Huffington Post), hanno deciso di “mettersi a nudo” e raccontare se stessi rispondendo ad una domanda:

Se la tua casa stesse bruciando, cosa ti porteresti dietro?”.

E così, grazie solo ad una semplice immagine che raccoglie gli oggetti predestinati “in un conflitto tra praticità e sentimentalismi” si scopre che in quasi tutti vige un coté retrò – sentimentale all’interno di quello, a volte, iper-tecnologico. Accanto a computer, I-pod o del  cellulare nessuno, infatti, potrebbe fare a meno di portare con se animali,  ricordi o regali di amici o parenti.

Partecipare è semplice, basta fare una foto dei propri oggetti e mandarla, via mail, con nome, età, luogo di provenienza e professione all’ideatore dell’iniziativa:

Foster Huntington

foster.huntington@gmail.com

Voi, cosa salvereste?

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Fumettista, una professione (anche) in rosa.

Esprimere se stessi, ed il proprio mondo, lasciando un “segno”. Che sia costituito da parole, immagini, suoni o anche solo pensieri, quello che apprezzo è riuscire, attraverso esso, a raccontarsi, anche se solo per una piccola parte. Ed è così che, per caso, ho scoperto, o meglio, ri –scoperto una persona della mia infanzia, Cinzia. L’ultimo ricordo che ho di lei è una bambina dalle trecce lunghe ed il grembiule blu. Mi ricordo anche che copiava in modo minuzioso le figurine dei cartoni che andavano all’epoca con una dedizione ed una precisione che già allora mi aveva colpito. Dopo le scuole l’ho persa di vista fino a quando, telematicamente, l’ho ritrovata. E mi sono imbattuta nel suo ‘segno’, che nel corso degli anni aveva fatto diventare anche la sua attività professionale: l’illustratrice. Un mondo, per me, quasi totalmente sconosciuto. Quand’ero più giovane c’è stato un periodo che mi ero appassionata di fumetti. Andavo pure alle fiere che facevano a Treviso ed ho avuto modo di vedere all’opera le grandi firme. La cosa che però mi era rimasta impressa era il fatto fosse un mestiere prettamente da uomini. Ed in parte, almeno in Italia, questa caratteristica sembra dura a morire. Oltre al fattore ‘discriminante’, poi, s’aggiunge l’alto tasso di competitività  ed un sistema che, come al solito, non aiuta quelli che ancora “non hanno fatto il salto”.

Per fortuna, però, c’è l’entusiasmo. E la Passione. E, sentendo Cinzia raccontarsi, sembra che sia questa ad essere il motore delle sue giornate e delle sue aspirazioni per il futuro. Un consiglio alle aspiranti illustratrici? “Non mollare. Mai“.

Quando hai deciso di fare dei fumetti la tua professione?Il “lavoro” di disegnatrice è iniziato quasi all’età di sei anni. Adoravo disegnare. Dapprima ho iniziato ricopiando i disegni dei cartoni animati, poi ho continuato creando qualcosa di mio.

Che studi hai  fatto?In quinta superiore sono venuta a conoscenza di un corso di fumetto a Roma, e i miei genitori, una volta preso il diploma (ho fatto lo Zanon a Udine e mi sono diplomata in lingua estere) mi hanno dato la possibilità di frequentare questo corso. Nel lontano settembre del 2003 ho preso armi e bagagli per frequentare la scuola internazionale di Comics di Roma per frequentare il corso di fumetto ma, una volta terminati gli studi, il mio percorso ha preso un’altra piega in quanto mi piaceva di più fare illustrazioni piuttosto che fumetti. Al corso, infatti, avevo imparato sia l’inchiostrazione con il pennello che la colorazione a ecoline. (La colorazione a ecoline, è un tipo di colorazione fatto con i pennelli e gli ecoline – un tipo acquerello – che si trovano nei negozi specializzati in delle boccettine. L’inchiostrazione invece, è quando tu inchiostri il fumetto, cioè “colori i bordi dei disegni con il pennello e la china e ci metti le ombre” n.d.r).

Quali difficoltà incontra chi decide di svolgere questa professione?Purtroppo, la concorrenza è molta, e per anni, nonostante andassi alle fiere e presentassi i miei lavori a vari editori, non ho mai ricevuto risposta. E per quasi due anni non avevo più disegnato, anche perché cercavo un lavoro e finendo di lavorare tardi, non avevo né la voglia tantomeno lo spirito di iniziare a disegnare. E in effetti quello è stato uno dei periodi più brutti della mia vita, perché la matita la considero la continuazione della mia mano. Poi un giorno, è scattata la scintilla e ho ripreso a disegnare. ho seguito diversi tutorial su youtube sulla colorazione a photoshop, e da li pian piano ho iniziato a migliorare la mia tecnica.

Attualmente dove lavori?Ora collaboro per la Kawama Editoriale nella rivista iComics come colorista. Ho colorato il fumetto “Robophobia” del numero 11, e la serie Niko Slavo nei numeri 13, 14 e 15. Inoltre sul mio blog ho postato delle illustrazioni, da scaricare gratuitamente e da colorare, per i bambini, con il tema della frutta e il corrispettivo nome in inglese così i bimbi oltre a colorare imparano l’inglese. E per finire sto collaborando per una ditta “la Mensola” che vende i miei disegni stampati sul legno. Tutti questi lavori si possono trovare sul mio blog: www.cinzia-mcw.blogspot.com

Qual è il tuo sogno nel cassetto?Poter illustrare dei libri per bambini. Con la mia storia e le mie colorazioni.

Saresti pronta a lasciare l’Italia? Sì, mi piacerebbe molto lavorare a l’estero perché di sicuro ci sono molte più possibilità rispetto a qui. Ho mandato il mio portfolio a qualche casa editrice francese e inglese e se ci fosse la possibilità di trasferirmi non ci penserei due volte.

Come si svolge una tua giornata lavorativa? La mia giornata tipo, vista da fuori, può sembrare noiosa perché la mattina mi sveglio, faccio colazione e inizio a disegnare. Poi pranzo e continuo a disegnare fino alle sei di sera. Poi pausa ginnastica, cena, e un bel film, o molto più probabile, qualche bel cartone animato. Disegnare mi permette di staccare da questa realtà, mi fa sentire meglio, e riesco a sentirmi veramente libera.

Qualche suggerimento a chi vuole intraprendere questa professione?L’unico che posso dare è che non bisogna mai arrendersi e cercare di dare sempre il massimo. A volte capitano giornate no, ma basta voltare pagina e iniziare a scrivere la vostra storia più bella: ovvero la vostra vita. Alla fine penso che i sogni siano la cosa più bella al mondo, perché ti permettono di andare avanti e di goderti al meglio la giornata.

Qui di seguito alcuni link su associazioni di fumettisti.

Associazione illustratori: http://www.associazioneillustratori.it/associazione/chisiamo/chisiamo.html

Associazione Nazionale Amici del Fumetto e dell’Illustrazione: http://www.amicidelfumetto.it/

 

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Nathan, la passione di una vita puntando a Sanremo

C’è chi da piccolo voleva fare l’astronauta, chi “quello che cura gli animali”, chi la ballerina. Crescendo, il “quando sarò grande, sarò..” ha lasciato spazio alla realtà. I sogni, che prima sembravano a portata di mano, per la maggior parte delle persone sono stati riposti in un cassetto. Estratti saltuariamente, semmai. Quando la vita quotidiana si fa più pesante e si cerca di fuggirle tornando in quello stato di beata inconsapevolezza. C’è chi, e sono davvero pochi, a quei sogni ci crede ancora. Negli anni non ha mai smesso di crederci, ed anzi, le porte in faccia, i rifiuti ma anche le soddisfazioni, gli studi, hanno solo costituito il motore propulsore per andare avanti. Perché al sogno ci hanno aggiunto un altro ingrediente fondamentale: la passione.

Non è facile averne per qualcosa. Soprattutto per lungo tempo. Soprattutto se la passione è per qualcosa che vorremmo declinare nella nostra vita quotidiana. Costituiscono due opposti che difficilmente si attraggono. Quando si ha l’occasione d’incontrare qualcuno con una passione è davvero un piacere ascoltarlo mentre si racconta.

Nathan è uno di questi. Classe ’88, occhi blu ed una presenza che non dispiacerebbe a qualche rivista patinata. Ha un grande amore, anzi, passione: la musica. Sin dall’età di cinque anni, incoraggiato dalla nonna materna, fa parte della sua vita. Prima quella classica, come ogni artista che si rispetti. Successivamente, quella commerciale. A soli dieci anni, decide che vuole esprimersi con qualcosa di suo. “Di una certa qualità, però. Fatto con cura ed attenzione quasi maniacale” ci tiene a sottolineare. Prima per gioco, ispirandosi agli idoli del momento, e poi, sempre più seriamente. Al liceo della città in cui vive, Trieste, arriva la sua prima occasione. Nel 2007, nel coro di cui fa parte incontra, per caso, Cristiano Norbedo (tutt’ora attuale co – produttore) che li porta, sotto il nome “Rash Incantation” ad un sodalizio lavorativo come producers e remixers per etichette major ed indie. Dopo il liceo, proprio per affinare la sua formazione, decide di trasferirsi a Londra per  frequentare il primo anno di università alla Westminster University nel corso “Commercial Music”, un percorso “unico sul suo genere che permette di avere una formazione a 360° in campo musicale grazie anche alla parte dedicata al management”. Dopo solo un anno di esperienza londinese, però, torna in Italia. Per tentare “di sfondare”. Inizia a comporre in italiano ( fino ad allora la maggior parte dei testi è in inglese). L’incontro successivo con Andrea Rigonat, chitarrista nonché compagno di vita della nota cantautrice Elisa, che lo sostiene nella sua iniziativa, poi, lo convincono a giocare la “carta Sanremo”. Un anno e più di lavoro intenso dal quale prende vita il l suo primo Ep ( prossimamente in uscita e composto da sei canzoni, tre in italiano e tre in inglese) in cui figura “Se mai”, composta assieme a Virginio Simonelli, vincitore dell’edizione 2011 del talent show Amici di Maria De Filippi, scelta per la partecipazione al contest sanremese. Non si sa se il destino vorrà premiare il talento ( indiscutibile a detta alcuni addetti ai lavori) e la tenacia del giovane triestino. Quello che è certo, è che lui ce la metterà tutta. Come in ogni cosa che fa.  “Positivo o meno, sarà comunque un’ ottima chance per farsi conoscere” dichiara. E poi, se non dovesse andare, “sarebbe solo l’inizio. Se non entrerò dalla porta principale -.afferma – cercherò di affermarmi nel ‘dietro le quinte’. E, se la fortuna aiuta gli audaci, non ce dubbio che ce la farà.

Fino alle 18 di oggi, è possibile ascoltare e votare la sua canzone sulla pagina Fb di Sanremo Social 2012: https://www.facebook.com/SanremoSocial?sk=app_297380550292220

Qui, invece, c’è la pagina ufficiale: https://www.facebook.com/nathanofficial

L’intera produzione del brano è stata affidata a Cristiano Norbedo e Andrea Rigonat, il video clip è stato curato dalla Sugarkane Production (che all’attivo ha numerose collaborazioni con artisti quali Jovanotti e Dolcenera, ad esempio) mentre la grafica e la fotografia sono state affidate a Marco Mantoani.

 

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Carmen Dell’Orefice, essere icona di stile anche a 80anni

“La bellezza deve essere giudicata non per le proporzioni matematiche del corpo e del viso, ma per l’effetto che produce”. (Alphonse Karr)

Carmen non aveva, al tempo, le giuste proporzioni. Quelle altere delle dive di Hollywood o quelle formose di una pin up. Era troppo magra. I vestiti le stavano troppo grandi, su quel corpo magrissimo e provato dalla fame. Eppure era, è, bella. Di una bellezza fragile e particolare. Tutti la volevano e, ad ottant’anni compiuti, la vogliono ancora. Segno che per essere un’ icona di moda, di quelle vere e non effimere,  non sia necessario trucco, atteggiamento od un canone predefinito.

Da quando ha iniziato, per caso, a soli 13 anni perché notata sull’autobus di ritorno dalle lezioni di danza dalla moglie del fotografo Herman Landschoff (Harper’s Bazaar) non si è fermata mai. A 15 anni, nel ’47, la prima apparizione su Vogue ed uno stipendio di soli 7,50 dollari all’ora. Era così povera che non aveva il telefono. Vogue mandava un fattorino per informarla sui lavori da modella. Utilizzava i pattini come mezzo di trasporto per risparmiare sul bus. Poco tempo dopo, sempre nello stesso anno, ad ottobre, la sua prima copertina. A soli 16 anni. Da qui, una serie di noti fotografi noti l’hanno ritratta, tra cui Horst P. Horst, Cecicl Beaton, Irving Penn, Francesco Scavullo, Norman Parkinson, Richard Avedon.


E’ stata anche musa di Salvador Dalì. Se la sua vita lavorativa è stata fortunata, non si può dire lo stesso per quella sentimentale. Tre matrimoni, il quarto non celebrato perché ‘vedova’ ancora prima dell’ufficializzazione del legame e un lungo fidanzamento terminato, anche questa volta, con la morte del compagno. Alla sfortuna in amore si è aggiunta anche quella in campo finanziario: per ben due volte, a causa d’investimenti sbagliati, ha perso tutta la sua fortuna.

Nonostante ciò, Carmen Dell’Orefice ( di sangue metà italiano e metà ungherese) ha conservato intatto il suo spirito combattivo, la sua tenacia. Ha affrontato le avversità con grazia e senso dell’umorismo. Lo scorso giugno ha celebrato 80 anni ed in luglio, la University of the Arts London, “a riconoscimento del contributo all’industria della moda” l’ha insignita di  una laurea onoraria. E non solo. Per fare le cose per bene le ha dedicato una retrospettiva curata dall’ illustratore, nonché amico di lunga data, David Downton: cover di Vogue, alcuni dei suoi shooting d’archivio e fotografie tratte dal suo album personale.

Fino al 14 gennaio a Londra.

Fashion Space Gallery
London College of Fashion
20 John Princes Street
W1G 0BJ

Opening Hours

Monday–Friday: 10am–6pm
Saturday: 10am–4pm
Sunday: Closed
Admission: Free

 

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Alsazia, dove il Natale è di casa


Luci, profumi,  decori, e cibo. Se si dovesse descrivere il natale in Alsazia (regione francese a confine con la Germania) basterebbe iniziare a raccontare di come le case sono decorate ‘a tema’ a volte in modo delizioso, a volte pacchiano, come ci siano dolci tradizionali da assaggiare, davvero per tutti i gusti, o come si possa davvero perdere delle ore negli svariati mercatini che, con la loro offerta variegata, riescono a far interessare addirittura gli uomini. Specialmente quando ci si imbatte in una vasta scelta di birre artigianali o dolci sfornati con una frequenza che sfiora il record. Il più grande centro ‘a tema’ della regione è a Strasburgo ma anche le cittadine vicine come Colmar non si fanno mancare nulla.

Qui il Natale domina in tutte le sue sfaccettature. Ci hanno costruito un’intera offerta turistica al quale, ovviamente, ci aggiungono anche la parte culturale.

A Strasburgo, nota sede storica dell’Europa Unita, ormai da anni già dalla fine di novembre (dal 26/11) inizia l’evento che accompagna la città fino alla fine dell’anno. Le case ed i palazzi del centro storico sono addobbati a festa, la piazza centrale si adorna del suo bell’albero ( che a dire di molti è uno dei più grandi che ci siano in circolazione)  e oltre ai tradizionali negozi ci sono i mercatini di Natale. Ogni zona ne ha uno dedicato ad un tema ed oltre a addobbi per casa ed albero vi si trovano idee regalo e un sacco di leccornie, dolce e salate.

Per gli amanti della fonduta di formaggio vi consiglio il Village Suisse. Una piazza intera, Place Gutemberg, che raccoglie al suo interno tutte le specialità: dalla cioccolata alla fonduta, dai famosi coltelli alle sculture in legno. Sono rappresentati tutti i cantoni con le città più conosciute e se volete gustare le loro specialità al riparo del freddo c’è uno chalet – ristorante a disposizione.

Per i più piccoli, invece, c’è il Village des Enfants a Place Saint Thomas dove oltre ad allietare i bambini con spettacoli, giochi da comperare e ‘da fare’ c’è una sezione anche per i più grandi dedicati al découpage, alla calligrafia o alle dimostrazioni di come si costruivano i giocattoli di legno di una volta.

Se poi, oltre ai vostri cari, volete ‘regalare’ qualcosa (anche solo un poco del vostro tempo) a chi è meno fortunato c’è il Village du Partage (Place Kléber)  dove più di 80 associazioni spiegano ai visitatori le loro iniziative e le loro azioni nei confronti di chi ha problemi di salute o sociali.

Ma non è finita qui perché nei quartieri del centro città ci sono un sacco di altre manifestazioni correlate, dimostrazioni dell’Associazione dei Boulanger (panettieri) che vi fanno vedere come si preparano i dolci di natale ( ed al contempo si possono acquistare appena sfornati), recite, canti, camminate alla scoperta della città e tanto altro ancora.

Per chi, dopo tutta questa abbuffata di Natale, volesse anche scoprire le bellezze della Cattedrale di Notre Dame (costruita in ben due secoli) esempio magistrale di arte gotica ed il suo famoso orologio oppure ammirare la Petite France in cui le costruzioni  in legno, erette sul fiume, sono rimaste all’epoca di quando la zona era abitata da pescatori e conciatori.

Per informazioni, comunque, si può fare riferimento al sito otstrasbourg.fr.

Nel prossimo post un paio d’indirizzi da segnare per fare shopping o mangiare qualcosa di veloce…

 

 

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